mercoledì 11 marzo 2020

Coronavirus e linguaggio





«Signore e signori, vogliate scusarci per l'interruzione del nostro programma di musica da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della Intercontinental Radio News. Alle 7:40, ora centrale, il professor Farrell dell'Osservatorio di Mount JenningsChicagoIllinois, ha rilevato diverse esplosioni di gas incandescente che si sono succedute ad intervalli regolari sul pianeta Marte. Le indagini spettroscopiche hanno stabilito che il gas in questione è idrogeno e si sta muovendo verso la Terra ad enorme velocità. (...)» 


Questo è il famoso incipit del programma radiofonico di Orson Welles andato in onda il 30 ottobre 1938. Si trattava di un adattamento del celebre di romanzo di George Wells, La guerra dei mondi, ma gli ascoltatori, non capendo di trovarsi di fronte ad una finzione, andarono nel panico: la gente si riversò nelle strade pensando che fosse giunta la fine del mondo. Solo dopo qualche ora, l'isteria generale si placò, mentre Welles ignaro di tutto andava tranquillamente a teatro a provare per uno spettacolo.

In questi giorni convulsi a causa del Coronavirus, l'oms ha coniato un neologismo:

infodemia s. f. Circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

Benvenuti nell'epoca delle fake news. Ma facciamo un passo indietro.

Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi, un bambino di 6 anni, cade dentro un pozzo artesiano. Per 60 ore i soccorsi tentano disperatamente di salvarlo, mentre la televisione si organizza per fare la prima diretta no stop della storia italiana: il bambino muore, in Italia nasce la tv del dolore.
Il 21 febbraio 2020 un ragazzo di 38 anni viene ricoverato in terapia intensiva in condizioni critiche. Scoppia in Italia il caso Coronavirus: Codogno è sulla bocca di tutti, i giornali iniziano a bombardarci di notizie, ormai noi non siamo più cittadini dotati di intelletto ma ci siamo trasformati in bestie affamate di news (anche false, vanno bene lo stesso) non ci accontentiamo più di aspettare il giornale cartaceo, vogliamo sapere, sapere, sapere. La carta stampata è lenta, noi vogliamo tutto e subito, i giornali sono morti, evviva l'informazione online!  Siamo famelici, dateci più dati, più morti, più contagiati. L'importante è avere aggiornamenti in tempo reale, non c'è più tempo, non si può aspettare. Non serve più riflettere, bisogna agire. Ecco che gli scienziati si trasformano in beceri, si urla, si accusa un po' a caso. Bisogna essere delle cassandre, la situazione è critica, tutto sta precipitando e ci si appella agli uomini. 
Ecco che sui social passa un nuovo messaggio: medici, infermieri siete voi i nostri eroi. Fino a ieri eravate mangiapane a tradimento che non facevate fattura ecc, ma la vita ai tempi dei social è una ruota e un giorno sei acclamato e un altro sei insultato. Così va il mondo.
In tutto questo marasma, io non capisco più nulla. Mi preoccupo per i miei cari (che non posso vedere, perché metti che sono infetta e si ammalano per colpa mia?). Così il senso di colpa si insinua nella nostra vita. Siamo tutti dei presunti malati, il nostro corpo non ci appartiene più. Il minimo sintomo ci terrorizza. Apro repubblica.it di continuo, l'ansia mi attanaglia, come devo comportarmi?
Nessuno lo sa. 
I social invocano: è la guerra!!! Iniziano a girare messaggi vocali di sedicenti medici che raccontano una situazione disperata. I giornali contano i morti, ma nessuno scrive qualcosa di sensato. Intellettuali dove siete, mi chiedo disperata, mentre apro, ancora una volta, il sito di notizie locali. 
Così mentre tutto prende il contorno di una grande distopia, mi rendo conto che ne ho lette troppe e so già come andrà a finire, ma questo non è uno sceneggiato radiofonico e io posso solo chiudermi in casa a scrivere queste brevi righe mentre mia figlia dorme nel suo lettino.

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