«Signore
e signori, vogliate scusarci per l'interruzione del nostro programma di musica
da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della
Intercontinental Radio News. Alle 7:40, ora centrale, il
professor Farrell dell'Osservatorio di Mount Jennings, Chicago, Illinois, ha
rilevato diverse esplosioni di gas incandescente
che si sono succedute ad intervalli regolari sul pianeta Marte. Le
indagini spettroscopiche hanno stabilito che il gas in questione è idrogeno e si
sta muovendo verso la Terra ad enorme velocità. (...)»
Questo è il famoso
incipit del programma radiofonico di Orson Welles andato in onda il 30 ottobre
1938. Si trattava di un adattamento del celebre di romanzo di George Wells, La
guerra dei mondi, ma gli ascoltatori, non capendo di trovarsi di fronte ad una
finzione, andarono nel panico: la gente si riversò nelle strade pensando che
fosse giunta la fine del mondo. Solo dopo qualche ora, l'isteria generale si
placò, mentre Welles ignaro di tutto andava tranquillamente a teatro a provare
per uno spettacolo.
In questi giorni convulsi a causa del Coronavirus, l'oms ha coniato un neologismo:
infodemia s. f. Circolazione
di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con
accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per
la difficoltà di individuare fonti affidabili.
Benvenuti nell'epoca
delle fake news. Ma facciamo un passo indietro.
Il 10 giugno 1981
Alfredo Rampi, un bambino di 6 anni, cade dentro un pozzo artesiano. Per 60 ore
i soccorsi tentano disperatamente di salvarlo, mentre la televisione si
organizza per fare la prima diretta no stop della storia italiana: il bambino
muore, in Italia nasce la tv del dolore.
Il 21 febbraio 2020
un ragazzo di 38 anni viene ricoverato in terapia intensiva in condizioni
critiche. Scoppia in Italia il caso Coronavirus: Codogno è sulla bocca di
tutti, i giornali iniziano a bombardarci di notizie, ormai noi non siamo più
cittadini dotati di intelletto ma ci siamo trasformati in bestie affamate di
news (anche false, vanno bene lo stesso) non ci accontentiamo più di aspettare
il giornale cartaceo, vogliamo sapere, sapere, sapere. La carta stampata è lenta, noi vogliamo tutto e subito, i giornali sono morti, evviva l'informazione online! Siamo famelici, dateci
più dati, più morti, più contagiati. L'importante è avere aggiornamenti in
tempo reale, non c'è più tempo, non si può aspettare. Non serve più riflettere,
bisogna agire. Ecco che gli scienziati si trasformano in beceri, si urla, si
accusa un po' a caso. Bisogna essere delle cassandre, la situazione è critica,
tutto sta precipitando e ci si appella agli uomini.
Ecco che sui social passa
un nuovo messaggio: medici, infermieri siete voi i nostri eroi. Fino a ieri
eravate mangiapane a tradimento che non facevate fattura ecc, ma la vita ai
tempi dei social è una ruota e un giorno sei acclamato e un altro sei
insultato. Così va il mondo.
In tutto questo
marasma, io non capisco più nulla. Mi preoccupo per i miei cari (che non posso
vedere, perché metti che sono infetta e si ammalano per colpa mia?). Così il
senso di colpa si insinua nella nostra vita. Siamo tutti dei presunti malati,
il nostro corpo non ci appartiene più. Il minimo sintomo ci terrorizza. Apro
repubblica.it di continuo, l'ansia mi attanaglia, come devo comportarmi?
Nessuno
lo sa.
I social invocano: è la guerra!!! Iniziano a girare messaggi vocali di
sedicenti medici che raccontano una situazione disperata. I giornali contano i
morti, ma nessuno scrive qualcosa di sensato. Intellettuali dove siete, mi
chiedo disperata, mentre apro, ancora una volta, il sito di notizie locali.
Così mentre tutto prende il contorno di una grande distopia, mi rendo conto che
ne ho lette troppe e so già come andrà a finire, ma questo non è uno
sceneggiato radiofonico e io posso solo chiudermi in casa a scrivere queste
brevi righe mentre mia figlia dorme nel suo lettino.
